Scrittori Emergenti

“Pas la Couleur, rien que la nuance” di Valeria Biuso

Shivers oggi vi vogliamo parlare di “CondiLibri” il #Contest a cui possono partecipare tutti gli autori emergenti e che permette di ricevere visibilità per i propri racconti e libri. (Per qualsiasi richiesta di informazioni lasciateci pure un commento)
Noi di EC_Shivers’ abbiamo preso parte a questa iniziativa in veste di giudici e ne siamo molto contenti!!
Al primo contest hanno partecipato ben 15 scrittori, tutti bravissimi, che si sono sfidati su un racconto ambientato nell’800.

La vincitrice è stata Valeria Biuso con il racconto “Pas la Couleur, rien que la nuance”!
Eccolo qua…

“Pas la Couleur, rien que la nuance” di Valeria Biuso

Il cerino scatta, lo zucchero s’incendia.
La fata insudicia le ali amare, miasmi dolci lusingano l’infuso e inibiscono le velleità feroci.
Mesdames, messieurs: assenzio addomesticato, spasmo mansueto, delirio in potenza.

Verde anice, celadon.

Bevo cullato dalle grida di sirene venefiche. À votre santé! À sa santé! À ta santé! Non c’è salute che regga l’inchino diabolico dell’oblio imbellettato di rimorso postumo.

«Antoine, chéri! Hai saputo che disgrazia?»

Lilou mi sfiora il mento con le dita sapienti, la chioma scompigliata, le carni esposte in una vetrina d’occhi.

Panna acida, miele di castagno.

«Non vuoi più posare per me?»
«Che sciocco!» mi rimprovera, lasciando che un risolino sfugga alla collera. «Sono molto seria, Antoine! Un figlio di buona donna ha rubato l’insegna. Le connard!»
«Nessuno ha visto niente?»
«Ah, figurati! E anche se qualcuno l’avesse visto, l’acquavite gliel’avrà già fatto dimenticare».

Rimane muta qualche istante, raccolta in un purgatorio d’incertezza, finché le iridi carezzevoli ottengono il perdono.

 Cielo ceruleo, cobalto.

«Di’, Antoine, non è che potresti dipingerne un’altra?»

In un battito di ciglia, la coscia di Lilou troneggia sul tavolo, la mia mano sopra.

«Ti manda mère Adéle, non è vero?»
«Forse».
«Non se ne parla!» sbotto, scansandola. «Quella vecchia mi ha preso per un ritrattista di conigli? Che chieda allo storpio!»
«Toulouse-Lautrec? È così impegnato…»
«Ad andare a puttane?»
«Chi non lo è!»
«Non m’importa, troverà qualcun altro».

Lilou sbuffa, i gomiti tesi e le mani sui fianchi. Si guarda intorno, da destra a sinistra, un tic toc di persuasione.

«Suvvia, chouchou, cos’hai da fare?»
«Sto aspettando la mia nuova Musa».
«La rossa? L’amica di Suzanne?»
Annuisco. «Beh, allora ti lascio» sibila. «Vedo che anche tu sei impegnato ad andare a puttane».

Si allontana. Sono solo, in sterile compagnia di una realtà maculata di pidocchi. Indugio tra una folla di fantocci d’arte, di volontà sepolte in fosse comuni: il porco belga, erotomane torturato; il principe sodomita, in lutto alcolico per il suo enfant prodige; il borghese senza più impressioni, soffocato dall’en plein air; e il mutilato olandese, con un cuore sordo a metà.
Sculture sbiadite, come la miseria.

Arriva Lei. Dea cromatica, abisso sinestetico di colori urlanti.

 Rosso Tiziano, marmo di Carrara, verde malachite.

Come avrei potuto immaginare una simile panacea di sensi?

La osservo in silenzio, devastato dal simulacro ossequioso delle mie fantasie. Mi sorride, imbarazzata. Pronuncia il suo nome, ma non lo sento, prigioniero di labbra d’ibisco.

«Andiamo al mio studio».
«Di già, monsieur?»
«Ogni secondo rubato alla tela è un martirio al vostro garbo».

Le guance si tingono di rubellite, sorrette da un arco in madreperla.

Pesca matura, amaranto.

Mi segue a passo svelto. Scendiamo dalla Rue de l’Abreuvoir, fino a Rue de Girardon. Gli avvinazzati si esaltano nella contemplazione impura del suo passaggio, come un Cristo perseguitato dalle folle. Lei mi stringe il braccio, cercando conforto dalla carne nella carne.
Posa i piedi incerti sul pavimento tarlato, sommerso da aborti di stoffa e frattaglie di tinte a olio.

«Dove volete che mi segga?»

Comincia a slacciare il corsetto, un’apocalisse inesorabile di gesti consueti.

Le indico il letto scomposto, perseguitato da mosse troppo ardite e impeti fugaci. Vi si lascia cadere, affondando le membra bianche su lenzuola lise di canapa. I piccoli seni svettano, colline di latte in pianure tiepide. Scioglie l’acconciatura, ricci indomiti cavalcano il guanciale, lambiti dal riverbero del fuoco di cera.

Imbraccio la tavolozza, egida olimpica, impugno il pennello, spada di Damocle sospesa su un teatro di virtuosismi.

«Curioso…» sussurra. «I vostri colleghi disegnano a matita prima di dipingere».
«I miei colleghi sono degli incapaci».
«Come siete scortese!»
«Affatto. Ingabbiarvi in schemi di grafite, confinare l’eruzione selvaggia di gradazioni in un’implosione controllata di punti? Lo chiamo oltraggio, non prudenza».

Si liscia i fianchi, quasi voglia scoprirli di nuovo nelle sue carezze.

«Sapete», mormora ancora. «Voi siete un po’ matto».

Le braccia s’imbrattano di macchie caleidoscopiche. Questa volta è diverso, è tutto diverso. Sono tornato novizio, apprendista di vernici. Che sia indegno di un tale trionfo tonale? Tratteggio con cura chirurgica il reliquiario di sfumature. Prende sostanza e insieme si staglia lontano dall’alcova sensibile della sua esistenza. Ogni pennellata è un addio delicato alla materia, un ritornello sinistro di una filastrocca ormai antica.

«Siamo qui da ore» protesta. «Sono stanca».
«Ho quasi terminato».
«Infreddolita» si lamenta appena. «E affamata».
«Avete mai osservato l’effetto che una pietanza produce sul corpo? Prima teso, pronto e vigile, si tramuta, mortificato dalla gola, rilassato nel vizio digerente che si avvera. Non c’è colore vivo nei corpi soddisfatti, solo tedio. È questo che volete? La pingue contentezza del ventre pieno?»
«No, monsieur» balbetta esitante. «Potremmo continuare domattina. Cosa ne dite?»
«Dico che mi è impossibile. State zitta».
«Mais c’est incroyable!»

Sconfitta l’accidia, si solleva in un balzo indispettito.
«Dove credete di andare?»
«A casa!»

Carminio, melagrana marcita.

Le stringo i polsi, le mani impegnate a raccogliere gli stracci da terra.

«Assez! Vi darò più franchi. Il doppio».

Si arrende. Accetta l’accordo da puttana e scivola lenta sul materasso molle.

Un tempo indefinito trascorre nel vortice di attimi lancinanti. Il mio capolavoro si erge sulle minute travi di legno. Non ha bisogno del mio sguardo e ancor meno di voce. Segmenti di colore puri, privi di rotta, di fattezze umane, si rincorrono nel loro universo di estasi metafisica, nella suprema sintesi d’espressione.

Avvinghiata a Morfeo, Lei mi appare mostruosa. Un’oscena tavolozza sporca, un’onta che respira ritmata dall’inutile scempio del reale. Una copia malriuscita, uno slancio fallito.

Cingo il collo tenero, serrato tra le dita callose che inseguono monti di pelle.
Lei si desta e sobbalza, animata dalla forza ingiuriosa della sopravvivenza. Gli occhi ora opachi mi fissano nel terrore immobile della morte. Il castigo accompagna il corpo già grigio, ché la vita è orpello dinnanzi al compimento del fittizio.

Le candele giacciono consunte in un cimitero d’ombra, accompagnate dall’effluvio dolceamaro della cenere.

Nero antracite, carbone.

Ritorno assiso sullo sgabello a vegliare sull’effigie sacra del mio tumulto informe.

FINE.

Vi ricordiamo, inoltre, il libro scritto da Valeria, “ANCHE LA MORTE ASCOLTA IL JAZZ”.

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Sinossi:

William Brooks è un giovane scrittore alla ricerca d’ispirazione a zonzo per le livide strade della febbricitante e contraddittoria New York della fine degli anni ’40. Scrive recensioni per il Partisan Review, la rivista più radicale della città, e frequenta i locali storici del bebop, costipati da morfinomani, perdigiorno e hipster. L’inaspettato incontro con un lontano parente, l’azzimato e nebuloso Noah Tats, riesce però a scuoterlo dal languore in cui si sentiva da tempo impaludato. Una seducente e misteriosa promessa di consapevolezza illumina d’improvviso l’orizzonte di William. Ma la strada è ancora percorsa da fittissime ombre e pesanti inquietudini…
Valeria Biuso racconta la crisi identitaria di una generazione, evocando il relativismo dei nuovi valori fondamentali e le antinomie irrisolvibili che governano la società occidentale. Poesia beat, moda, jazz, esoterismo, gusto fantastico e controcultura hipster si fondono in un’appassionata e trasversale ricerca di autenticità.

Link d’acquisto:

Amazon: Anche la morte ascolta il jazz
IBS: https://www.ibs.it/anche-morte-ascolta-jazz…/e/9788894890167

I social di Valeria Biuso:

Pagina FB: https://www.facebook.com/valeria.biuso/
IG: https://www.instagram.com/valeria.biuso/
Twitter: https://twitter.com/valeriabiuso

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