Classici

RECENSIONE: “Dombey e figlio” di Charles Dickens

Titolo: Dombey e figlio
Autore: Charles Dickens
Editore: BUR
Pagine: 1126
Anno: 2001
LINK D’ACQUISTO AMAZON: Dombey e figlio
Voto: 4,5/5
4,5stelle

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Dombey e figlio viene, in pieno stile dickensiano (e non solo), pubblicato a puntate tra il 1846 e il 1848. Tale caratteristica fa subito intuire al lettore il motivo di certi finali di capitolo accattivanti e ricchi di mistero, o di certi colpi di scena posizionati quando meno te li aspetti. Il vecchio Charles sa come tenere il proprio lettore incollato alla pagina, non c’è che dire.

Per essere un romanzo dell’Ottocento, la scrittura è nel complesso scorrevole e godibile; alcune scene sono forse un po’ stucchevoli per noi moderni, ma vanno sempre circoscritte al periodo in cui furono messe su carta.

Quello di Dickens non sarà forse il suo capolavoro assoluto, ma è sicuramente un’opera moderna e anticonvenzionale per molti aspetti. Il protagonista, il signor Dombey, è un uomo freddo e calcolatore, schiavo del denaro e della propria avidità, incapace di provare alcun tipo di sentimento buono e schietto. Dickens analizza la sua psicologia in maniera magistrale, rendendolo un personaggio universale, un qualsiasi uomo di potere dei nostri tempi, che ignora completamente la figlia femmina, considerandola un essere inutile, per riversare gigantesche, ma inutili e pericolose aspettative sul malaticcio figlio Paul, il vero e unico erede della ditta Dombey, conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo.

La grettezza e l’aridità del crudele Dombey si scontrano con la dolcezza e la bontà innata di altri personaggi, che il lettore difficilmente scorderà, a partire dal giovane Walter, un semplice dipendente della ditta, molto legato allo zio Solomon, passando per lo strampalato ma onestissimo Capitano Cuttle, un vecchio lupo di mare con la battuta sempre pronta, a cui ci si affeziona subito, per finire con la triste e tenera Florence, detta Floy, figlia di Dombey e autrice, insieme al fratellino Paul, degli (forse troppo) numerosi interventi strappalacrime, cui ho già accennato, e che sono davvero l’unica pecca del romanzo.

Parlando di abilità nella caratterizzazione, non posso non citare altre due donne, che emergono prepotentemente dalle pagine dickensiane e che mi sono rimaste impresse per la loro autenticità mantenutasi inalterata dalla prima comparsa alla fine della storia: Susan Nipper e Edith Granger. La prima è la balia della piccola Floy, una giovane ribelle che non sopporta i soprusi perpetrati ai danni dei giusti (avrà una bellissima rivalsa sul suo padrone!); l’altra è la seconda moglie del signor Dombey, una donna che è sempre stata abituata ad essere ammirata e venduta al miglior offerente, e che sarà protagonista di alcune tra le pagine più moderne ed indimenticabili del romanzo. Fenomenale il suo scambio di battute al vetriolo con il perfido marito, che la vede, da padrona assoluta del dialogo, scagliare a terra i diamanti da lui ricevuti come regalo di nozze. Fenomenale ancor di più Dickens ad averlo ideato e dato alle stampe a metà Ottocento!

Dombey e figlio è la cornice, all’interno della quale si snodano due storie principali: quella del nucleo familiare Dombey e quella di Walter, dello zio Solomon Gills e del capitano Cuttle. Ogni ramo ha poi i suoi personaggi aggiuntivi e secondari, ma niente paura: all’inizio del romanzo una pagina riepiloga tutti gli “attori” presenti, scongiurando quindi ogni tipo di confusione possibile. Il tutto si segue davvero bene, senza fatica.

Tantissimi sono i temi fondamentali e controversi trattati: il ruolo genitoriale, il rapporto padre-figli, lo sfruttamento sul lavoro, il vero senso dell’educazione e l’importanza della scuola, i valori dell’onestà e della rettitudine contrapposti ad uno stile di vita che non conosce altro che il tradimento e l’adulazione per ottenere successo. Alla scuola di tipo meramente nozionistico e all’educazione fatta di regole e ferree punizioni, cui è il piccolo Paul a dover sottostare, lo scrittore dedica alcune pagine di critica arguta e netta, donandoci l’ennesima carrellata di cammei indimenticabili, come quello della signora Blimber, che non conosce il latino, ma che per non sfigurare accanto al marito, noto direttore di collegio, suole sempre affermare che il suo più grande desiderio sarebbe poter incontrare Cicerone.

Dombey e figlio è quindi un libro davvero istruttivo e moderno, che mi sento di consigliare a tutti quelli che non fuggono atterriti di fronte a 1100 pagine, ma che amano le imprese.

Mi raccomando però: non leggete l’introduzione, se non prima di aver terminato la lettura! Pericolo spoiler!!

Cat.

 

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