Narrativa italiana

RECENSIONE: “Il postino di Neruda” di Antonio Skármeta

Titolo: Il postino di Neruda
Autore: Antonio Skármeta
Editore: CDE (la mia è un’edizione vintage; oggi potete trovarlo anche pubblicato da Einaudi)
Pagine: 121
Anno: 1995
LINK D’ACQUISTO AMAZON: Il postino di Neruda
VOTO: 2,5/5
3,5stelle
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Avete presente quei rari casi, forse anche rarissimi, in cui un film supera di gran lunga il libro da cui è stato tratto? Beh, questo è uno di quelli.

La magia, la poesia, la leggerezza sapientemente alternata a profondità del bellissimo film di Massimo Troisi (1994) non le ritroverete qui, sulla carta stampata. Si tratta ovviamente del mio personale giudizio, che, malgrado le ingannevoli apparenze, è ben lontano dal volervi influenzare con maligni pregiudizi. Vi invito anzi a leggere il romanzo e a lasciarmi commenti (so già di andar contro una buona fetta del pubblico che ha decantato l’opera di Skármeta per il suo carattere poetico e commuovente, quindi fatevi sotto).

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(Massimo Troisi e Philippe Noiret in una scena del film)

Siamo nel 1969: Mario Jiménez è un giovane cileno, che sogna per sé un destino diverso da quello che la sua famiglia gli ha cucito addosso, ovvero fare il pescatore. Così, quando gli si presenta l’occasione di consegnare la posta al grande poeta Pablo Neruda, rifugiatosi ad Isla Negra per concentrarsi sulla propria poesia e vivere in completo isolamento, Mario non indugia nemmeno un secondo. Tutti i giorni il ragazzo prende la bicicletta e percorre lunghi chilometri, al solo fine di poter intravedere quell’uomo, che tutti lodano come un genio, e magari chiedergli un autografo. All’inizio nemmeno una parola viene pronunciata tra i due; poi qualcosa cambia, Mario prende finalmente il coraggio a due mani e da quel momento i due uomini, sebbene così diversi in tutto, saranno legati da un rapporto profondo, che, nonostante le spesso tragiche vicissitudini della vita, rimarrà come un sottile filo ad unirli.

Grazie a Neruda, l’unico non analfabeta del paese, Mario si lascerà contagiare dal fascino della poesia e comincerà ad inventare metafore, imparando così ad esprimere i propri sentimenti per la donna di cui si è innamorato, la bellissima locandiera Beatriz, e a vincere le resistenze della suocera, che per la figlia vorrebbe un partito di gran lunga migliore. La vicenda personale dei due protagonisti si intreccia poi con quella travagliata del Cile, passando dal governo di Allende al golpe militare di Pinochet.

La storia di per sé sarebbe quindi davvero accattivante, ma lo stile dell’autore, sempre un po’ piatto e superficiale, non convince. Per non parlare delle scenette erotiche alla Cinquanta sfumature di grigio, che vedono Mario e Beatriz impegnati in siparietti, che a mio parere stonano fortemente con tutto il resto della trama e col tono della narrazione. Il libro è un miscuglio di dialoghi, che restano come sospesi a mezz’aria, e di personaggi e temi (tipo l’analfabetismo e la sua strumentalizzazione politica o il rapporto tra Mario e il padre), che avrebbero potuto essere meglio analizzati e approfonditi, senza con questo allungare di troppo un’opera che è giusto sia breve per essere anche godibile. Va bene la leggerezza e va bene la semplicità, ma quand’esse si trasformano in inconsistenza è eccessivo, perché ciò allontana e non coinvolge pienamente chi legge.

Quando arriva all’ultima pagina, al lettore rimane ben poco da inserire nel proprio bagaglio culturale o emotivo, ad eccezione di qualche notizia sulla storia del Cile, che è anche la patria dello scrittore, e di un paio di battute memorabili scambiate tra il mancato pescatore e il mitico Vate. Un vero peccato, visto il grande potenziale dell’opera in questione.

Cat.

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