Narrativa straniera

RECENSIONE: “La fine della strada” di Joseph O’Connor

Titolo: La fine della strada
Autore: Joseph O’Connor
Editore: Guanda
Pagine: 492
Anno: 2000
LINK D’ACQUISTO AMAZON: La fine della strada
VOTO: 4/5
4stelle
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Dublino, feste natalizie, 1994.

Martin Aitken, quarantatreenne ispettore di polizia, non ama il Natale. Troppi sono i ricordi tristi ad esso legati o che una ricorrenza importante come il Natale fa riaffiorare, come la morte del figlio Robbie sei anni prima e il successivo abbandono della moglie Valerie. Sono ferite che l’ispettore, nonostante l’aiuto momentaneo dell’alcol, sente come indelebili, impossibili da rimarginare. Per questo anche il lavoro diventa ogni giorno più difficile da sostenere e l’autocontrollo più arduo da mantenere.

Ellen Donnelly, dopo aver scoperto di essere malata e di avere quindi poco tempo a disposizione, senza dire una parola lascia i figli e un marito chirurgo ricco, ma infedele per ritrovare le proprie radici. Sua madre biologica non è infatti quella che l’ha cresciuta in America, ma è una donna irlandese, che vive nella regione rurale di Inishowen. Ellen è sicura che l’incontro/scontro con questo segreto così a lungo mantenuto potrà finalmente farle ritrovare la vera se stessa e la serenità che sente di non aver mai avuto.

Quando Martin soccorre Ellen, svenuta per strada la sera dell’antivigilia, non sa niente di lei ed è costretto a fare ricerche, perché la donna non ha addosso documenti, ma solo una lettera con i versi di una poesia in irlandese medievale. Una volta risvegliatasi dal coma, Ellen ritroverà per puro scherzo del destino l’uomo che la soccorse, e nonostante le prime perplessità, arriverà a condividere con lui non solo la sua storia, ma anche un viaggio avventuroso e imprevedibile, all’insegna della ricerca di identità e forse anche dell’amore.

Unica meta: Inishowen, il titolo originale del romanzo e in un certo senso la “fine della strada” per entrambi i personaggi, condannati dalla vita a fin troppe prove dolorose, ma destinati ad incontrarsi e non lasciarsi più.

Amanti dell’Irlanda fatevi avanti: grazie a splendide descrizioni, frutto del profondo amore dall’autore per il suo Paese, questo libro vi stregherà, portandovi alla scoperta di angoli remoti e ignorati. Un ottimo espediente per viaggiare, standosene comodamente seduti nel proprio salotto.

In più il romanzo riporta alla luce aneddoti ed eventi troppo spesso taciuti, come la tendenza degli istituti religiosi irlandesi, negli anni Quaranta, ad affidare proditoriamente i bambini nati da ragazze madri (e quindi fuori dal matrimonio) a famiglie cattoliche americane.

O’Connor riesce a tenere bene le fila dell’impianto narrativo, che si dipana per lo più sinuoso e carico di tensione sotto gli occhi del lettore, il quale comunque non può mai permettersi di abbassare la guardia, ma anzi deve essere capace di ricordarsi nomi e situazioni e di metterli in ordine cronologico, nonostante i diversi flashback. La prosa è ricca e densa di dettagli, di dialoghi iperrealistici e di scene che alternano il tono tragico e malinconico a quello più spensierato.

Scrittore magico e abilissimo, di O’ Connor avevo letto Il rappresentante, rimanendo colpita dalla dura storia e dallo stile narrativo. Qui come allora, lo scrittore sa descrivere le pieghe dell’animo, i dolori e le preoccupazioni, e variando i registri linguistici, dà spessore a tutti i personaggi, dai protagonisti principali a quelli secondari. Se ha una pecca, è quella dell’eccessiva lunghezza: qualche decina di pagine in meno non avrebbero tolto nulla alla godibilità della storia.

Assolutamente consigliato se come me amate la letteratura irlandese, che trasmetta veri sentimenti e profumi ad ogni pagina di Guinness e prati sterminati.

Cat.

 

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