Narrativa straniera

RECENSIONE: “Che paese, l’America!” di Frank McCourt

Titolo: Che paese, l’America
Autore: Frank McCourt
Editore: Adelphi
Pagine: 441
Anno: 2003
LINK D’ACQUISTO AMAZON: Che paese, l’America
Voto: 5/5
5stelle
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Dopo qualche fallimento libraio, non vi nego che per un po’ volevo lasciar da parte la lettura e dedicarmi ad altro, ma poi ho pensato che tornare alla letteratura irlandese sarebbe stata probabilmente la mia ancora di salvezza. E così è stato.

Di McCourt avevo letto qualche anno fa Le ceneri di Angela (Le ceneri di Angela link recensione), libro autobiografico sull’infanzia dello scrittore tra Irlanda e Inghilterra, tra miserie familiari e grandi speranze per un futuro migliore. Lo stile autoironico e allo stesso tempo meditativo di McCourt mi aveva conquistata e devo dire che l’ho ritrovato intatto in questo secondo volume, in cui vengono narrate le avventure-disavventure dello scrittore in America, fino al suo successo come insegnante.

In Irlanda, a Limerick, Frank lascia la madre e i fratelli con la promessa di trovare un lavoro e mandare qualche soldo a casa. L’America, nella sua mente, è quella sognata ed agognata, la grande madre che dispensa promesse e fortune, ma si sa, i sogni non sempre corrispondono alla realtà. Il giovane Frank, appena ventenne, verrà giudicato malamente per il suo accento irlandese, per il suo modo di vestire, per il suo aspetto emaciato e trasandato, inammissibile in un Paese in cui tutti hanno gli occhi azzurri, i denti bianchissimi e vestono il doppiopetto. Quanta strada dovrà fare il povero McCourt per farsi valere! Perché l’America non è certo la terra promessa, che veniva decantata nei film hollywoodiani e sui giornali. L’America è il luogo del razzismo, che tutti colpisce: l’italiano dal coltello facile, l’irlandese ubriacone, il portoricano che mette al mondo i figli senza poterli mantenere, l’uomo di colore che non si capisce perché sia voluto scendere dall’albero di banane. L’America è dura e nulla regala, è piena di pregiudizi e disseminata di trappole nascoste.

A questo bellissimo affresco sociale, che ci restituisce un ritratto quanto mai veritiero e variopinto della New York del secondo dopoguerra, si aggiungono le tante avventure dell’autore, che egli sa narrare con stile magistrale, scorrevole, diretto e senza fronzoli retorici. Sono tante le parti in cui si sorride di gusto e tante anche quelle che ci fanno venire la pelle d’oca o ci fanno commuovere: l’equilibrio è ben mantenuto e alla fine si ha come l’impressione di aver assistito ad un’incredibile commedia del quotidiano. McCourt ci racconta senza filtri i suoi molteplici lavori, il suo carattere timido e il suo sentirsi sempre inadeguato, i suoi momenti di debolezza e nostalgia, i suoi rapporti con le ragazze, gli amici o le tremende padrone di casa, la sua spasmodica voglia di entrare all’università e poter sfoggiare in metropolitana i libri di studio come tanti ragazzi della sua età. Solo con l’istruzione McCourt sa di potersi realmente emancipare. La scuola è l’unica via di riscatto da quel passato misero e disperato condotto da bambino a Limerick, con lo stomaco vuoto e il cuore aperto, e da quel presente in cui viene spesso giudicato come il classico irlandese ubriacone, sbarcato dall’ennesima nave, che trasporta solo feccia umana e appesta la democratica terra della Libertà.

Che paese, l’America è il degno proseguimento de Le ceneri di Angela: un libro che rimarrà impresso nei vostri cuori e il regalo perfetto per una persona speciale. Non lasciatevelo sfuggire!

Cat.

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